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Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 1986

Rita Levi Montalcini, Nobel Prize in Physiology or Medicine 1986

(English follows)

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“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.” – Rita Levi-Montalcini

Rita Levi-Montalcini è stata una delle neuroscienziate più importanti del XX secolo, nota per le sue scoperte fondamentali nel campo della biologia e del sistema nervoso. Nata il 22 aprile 1909 a Torino, Rita ha affrontato molte sfide nel corso della sua vita, tra cui le discriminazioni di genere e l’antisemetismo, ma grazie alla sua determinazione è diventata una figura di rilievo nel campo scientifico a livello internazionale.

Rita Levi-Montalcini da bambina a Torino, Italia.
Foto: Copyright sconosciuto

Figlia di una colta famiglia ebrea, Rita ha mostrato sin dalla giovane età un grande interesse per la scienza e la natura. A 20 anni si rese conto che non poteva adattarsi al ruolo femminile concepito da suo padre e gli chiesi il permesso di intraprendere una carriera professionale.

Lo convinse a lasciarla studiare medicina e imparò greco, latino e matematica in soli otto mesi, per poi iscriversi alla facoltà di medicina all’Università di Torino. Dopo la laurea in medicina e chirurgia nel 1936 con il massimo dei voti, non era più certa di voler diventare medico, ispirata dal professore, istologo e ricercatore Giuseppe Levi.

Iniziò cosi studi avanzati in neurologia e psicologia, ma fu presto espulsa quando le leggi razziali di Mussolini del 1938 proibirono a chiunque non fosse ariano di intraprendere una carriera professionale o accademica. Si recò a Bruxelles per un breve periodo per studiare presso un istituto neurologico, ma dovette fuggire prima dell’invasione del Belgio da parte della Germania. 

“Rifiutate di accedere a una carriera solo perché vi assicura una pensione. La migliore pensione è il possesso di un cervello in piena attività che vi permetta di continuare a pensare ‘usque ad finem’, ‘fino alla fine’.” – Rita Levi-Montalcini

Tornò a Torino dove si dedicò intensamente alla ricerca scientifica, nonostante il divieto di mettere piede all’università. Costruì un laboratorio nella sua camera da letto, realizzando bisturi con aghi da cucito, usando minuscole forbici da oculista e pinze da orologiaio. Dopo aver letto un articolo dell’embriologo Viktor Hamburger, dissezionò embrioni di pollo e ne studiò al microscopio i motoneuroni, cellule nervose responsabili del controllo del movimento.

Assunse persino un assistente, Giuseppe Levi, il suo mentore alla facoltà di medicina, anch’egli espulso dall’accademia per motivi religiosi. Insieme a Giuseppe Levi, elaborò una teoria sulle cellule nervose embrionali, secondo cui proliferano, iniziano a crescere e poi muoiono, il  che contrastava con il modello descritto nell’articolo di Viktor Hamburger. Quella teoria pose le basi per il concetto moderno di morte delle cellule nervose come parte del loro normale sviluppo. Essendo ebrei, non potevano pubblicare su riviste italiane, tuttavia i loro risultati furono pubblicati su riviste straniere all’inizio degli anni ’40.

Quando gli Alleati bombardarono Torino, Rita trasferì il suo laboratorio improvvisato in campagna. Allorché i tedeschi invasero e iniziarono a rastrellare gli ebrei, lei e la sua famiglia si trasferirono a sud dove sopravvissero sotto falsi nomi. Alla fine della guerra curò per breve tempo i pazienti in un campo profughi. La Levi-Montalcini sapeva che la ricerca in neuroembriologia sarebbe stata la sua strada, la quale le fu assicurata nel 1946, quando Viktor Hamburger, incuriosito dai suoi risultati contrastanti, la invitò alla Washington University di St. Louis, nel Missouri. “Mi sentii a casa il giorno in cui atterrai”, scrisse in seguito. Ci sarebbe rimasta per 30 anni.

Rita Levi-Montalcini nel suo laboratorio nei primi anni ’60. Foto: © Becker Medical Library, Washington University School of Medicine

Nel 1948, la Levi-Montalcini scoprì che un tipo di tumore murino stimolava la crescita dei nervi negli embrioni di pollo. Insieme ad Hamburger, capirono che la causa era una sostanza nel tumore, chiamata fattore di crescita nervoso (NGF), una proteina fondamentale per la crescita e la differenziazione delle cellule nervose. Il tumore provocava la crescita di cellule nervose anche in laboratorio. In seguito il biochimico Stanley Cohen, suo collega, riuscì a isolare l’NGF. Rita Levi-Montalcini vinse il Premio Nobel per la Medicina nel 1986, condiviso con Stanley Cohen, per la scoperta del fattore di crescita nervoso (NGF). Studiando l’NGF gli scienziati hanno meglio capito la crescita neurale e come potenzialmente combattere malattie neurodegenerative, e trattare malattie come lAlzheimer, demenza, cancro, sclerosi multipla, schizofrenia e autismo.

Oltre alla sua attività scientifica, Rita Levi-Montalcini si impegnò anche nel promuovere i diritti delle donne e dedicò in particolar modo l’ultima parte della sua carriera a garantire che altri scienziati avessero accesso a fondi, attrezzature e supporto. Ad esempio, ha fondato e diretto l’Istituto di Biologia Cellulare di Roma. Ha fondato l’Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello nel 2002. Ha inoltre istituito la Fondazione Rita Levi-Montalcini, per fornire alle donne africane “gli strumenti per un pieno sviluppo delle loro capacità”.

“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.”

Nel 2001 ricevette una delle più alte onorificenze italiane, diventando senatrice a vita, un ruolo che non prese alla leggera. Nel 2006, all’età di 97 anni, fu lei a detenere il voto decisivo in Parlamento in una controversia sul bilancio. Minacciò di ritirare il suo sostegno al governo se non avesse revocato la decisione di tagliare i fondi per la scienza. Nonostante i tentativi dell’opposizione di metterla a tacere prendendola in giro per la sua età, i fondi furono reintegrati e il bilancio fu approvato. Per la Levi-Montalcini, le sfide erano una motivazione.

Rita Levi-Montalcini si spense all’età di 103 anni il 30 dicembre 2012 a Roma, lasciando un’eredità duratura nel campo della scienza e dell’umanità.

“Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.”

Ritratto e firma di Rita Levi-Montalcini nel libro di ritratti della Fondazione Nobel, 1986. Foto: © The Nobel Foundation. Foto: Karl Anderson

English version:

“In life, you must never resign yourself or surrender to mediocrity. Instead, you must escape that gray area where everything is habit and passive resignation. You must cultivate the courage to rebel.”

Rita Levi-Montalcini was one of the most important neuroscientists of the 20th century, known for her fundamental discoveries in biology and the nervous system. Born on April 22, 1909, in Turin, Rita faced many challenges throughout her life, including gender discrimination and anti-Semitism, but thanks to her determination, she became an internationally prominent figure in science.

The daughter of a cultured Jewish family, Rita showed a keen interest in science and nature from a young age. At 20, she realized she could not fit into the feminine role her father had conceived and asked him for permission to pursue a professional career.
She convinced him to let her study medicine, and she learned Greek, Latin, and mathematics in just eight months, before enrolling in medical school at the University of Turin. After graduating in medicine and surgery in 1936 with honors, she was no longer sure she wanted to become a doctor, inspired by professor, histologist, and researcher Giuseppe Levi.

She began advanced studies in neurology and psychology, but was soon expelled when Mussolini’s racial laws of 1938 prohibited anyone who was not Aryan from pursuing a professional or academic career. She went to Brussels for a short time to study at a neurological institute, but had to flee before the German invasion of Belgium.

“Refuse to enter a career just because it guarantees you a pension. The best pension is the possession of a fully functioning brain that allows you to continue thinking ‘usque ad finem,’ ‘until the end.'”

She returned to Turin, where she devoted herself intensely to scientific research, despite being forbidden to set foot in the university. He built a laboratory in his bedroom, making scalpels out of sewing needles, using tiny ophthalmologist scissors and watchmaker’s pliers. After reading an article by embryologist Viktor Hamburger, he dissected chicken embryos and studied their motor neurons, the nerve cells responsible for controlling movement, under a microscope.
He even hired an assistant, Giuseppe Levi, his mentor at medical school, who had also been expelled from the academy for religious reasons. Together with Giuseppe Levi, he developed a theory of embryonic nerve cells, according to which they proliferate, begin to grow, and then die, which conflicted with the model described in Viktor Hamburger’s article. This theory laid the foundation for the modern concept of nerve cell death as part of their normal development. Because they were Jewish, they could not publish in Italian journals, yet their results were published in foreign journals in the early 1940s.

When the Allies bombed Turin, Rita moved her makeshift laboratory to the countryside. When the Germans invaded and began rounding up Jews, she and her family moved south, where they survived under assumed names. At the end of the war, she briefly treated patients in a refugee camp. Levi-Montalcini knew that research in neuroembryology would be her path, which was assured in 1946 when Viktor Hamburger, intrigued by her conflicting results, invited her to Washington University in St. Louis, Missouri. “I felt at home the day I landed,” she later wrote. She would remain there for 30 years.

In 1948, Levi-Montalcini discovered that a type of mouse tumor stimulated nerve growth in chick embryos. Together with Hamburger, they identified the cause as a substance in the tumor called nerve growth factor (NGF), a protein essential for the growth and differentiation of nerve cells. The tumor also caused nerve cells to grow in the laboratory. Later, her colleague, biochemist Stanley Cohen, succeeded in isolating NGF. Rita Levi-Montalcini won the Nobel Prize in Physiology or Medicine in 1986, shared with Cohen, for the discovery of nerve growth factor (NGF). By studying NGF, scientists better understood neural growth and how it could potentially combat neurodegenerative diseases and treat conditions such as Alzheimer’s, dementia, cancer, multiple sclerosis, schizophrenia, and autism.

In addition to her scientific work, Rita Levi-Montalcini was also committed to promoting women’s rights and dedicated the latter part of her career to ensuring that other scientists had access to funding, equipment, and support. For example, she founded and directed the Institute of Cell Biology in Rome. She founded the European Brain Research Institute in 2002. She also established the Rita Levi-Montalcini Foundation to provide African women “with the tools to fully develop their capabilities.”

“Women have always had to struggle twice. They have always had to bear two burdens: the private and the social. Women are the backbone of societies.”

In 2001, she received one of Italy’s highest honors, becoming a senator for life, a role she did not take lightly. In 2006, at the age of 97, she held the deciding vote in Parliament in a budget dispute. She threatened to withdraw her support for the government unless it reversed its decision to cut science funding. Despite the opposition’s attempts to silence her by mocking her age, the funding was reinstated and the budget was approved. For Levi-Montalcini, challenges were a motivation.

Rita Levi-Montalcini died at the age of 103 on December 30, 2012, in Rome, leaving a lasting legacy in science and humanity.

“I’ve lost a little of my sight, a lot of my hearing. At conferences, I can’t see the projections, and I can’t hear well. But I think more now than I did when I was twenty. The body can do what it wants. I am not the body: I ​​am the mind.”

Dino Buzzati, il pittore scrittore italiano del XX secolo

Dino Buzzati, the Italian painter and writer of the 20th century

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Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie. – Dino Buzzati

Dino Buzzati è una figura fondamentale per comprendere la letteratura italiana del Novecento, grazie alla sua capacità di raccontare l’inesorabile passaggio del tempo e le inquietudini dell’animo umano.

E’ stato uno degli scrittori e giornalisti italiani più importanti del XX secolo. Noto per la sua capacità di mescolare realtà e fantasia creando atmosfere surreali e inquietanti. Nato nel 1906 a Belluno e scomparso nel 1972, Buzzati si laureò in lettere e filosofia all’Università di Milano e, contemporaneamente, intraprese la carriera giornalistica come redattore del Corriere della Sera, ruolo che influenzò profondamente la sua scrittura, conferendogli uno sguardo attento e critico sulla realtà. 

Buzzati ha lasciato un segno profondo nella letteratura italiana grazie alle sue opere che spaziano dal romanzo al racconto breve, spesso attraversate da temi come l’assurdo e l’inquietudine esistenziale. La sua scrittura si distingue per uno stile elegante, capace di coinvolgere il lettore in storie che riflettono le paure e le speranze dell’uomo moderno. 

La sua opera più celebre è il romanzo “Il deserto dei Tartari” (1940), un racconto simbolico che esplora i temi dell’attesa, dell’angoscia esistenziale e del senso di vuoto attraverso la storia di un giovane ufficiale che trascorre anni in una fortezza sperando di affrontare un nemico invisibile. Questo libro rappresenta una riflessione sulla condizione umana e sul desiderio di dare un senso a un mondo spesso privo di logica. Altre opere fondamentali includono la raccolta di racconti “Le mille e una notte” (1956), che combina il fantastico con la vita quotidiana, e “La boutique del mistero” (1968), è una raccolta di trentuno racconti che evidenzia la sua propensione per il surrealismo e il mistero. Buzzati si distingue anche per il suo stile inconfondibile di atmosfere cupe e simbolismi che attraversano tutta la sua produzione. La sua scrittura è spesso intrisa di un senso di solitudine e di una visione pessimistica, ma al contempo profondamente umana.

“Il tempo correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro.” – Il deserto dei Tartari

Buzzati comunque si considerava soprattutto un pittore e ha sperimentato anche con la scrittura in formato romanzo grafico per esprimere le sue tematiche. L’opera sperimentale “Poema a fumetti” è un romanzo grafico edito nel 1969 e considerato uno dei primi graphic novel mai pubblicati. Le sue opere visive si caratterizzano per uno stile spesso minimalista, che si integra perfettamente con la sua scrittura, creando un ponte tra il mondo narrativo e quello visivo. Questo approccio permette al lettore di immergersi in ambientazioni oniriche e di cogliere sfumature emotive più profonde, rendendo il romanzo grafico di Buzzati un esempio unico di contaminazione tra due forme di espressione artistica.

Alberico Sala, critico letterario, nel Corriere d’Informazione del 26-27 novembre 1969: “Per la prima volta un grosso scrittore ha scelto per esprimersi il fumetto, riscattandone le qualità, forzandone le possibilità espressive, impegnando e compromettendo alcuni dei miti e dei temi più vivaci della vita moderna, quello della solitudine delle grandi città, dell’incombenza del mistero, dell’ossessione erotica, con gli strumenti inconfondibili e personalissimi del suo lavoro.”

La sua capacità di fondere il fantastico con la realtà quotidiana ha influenzato generazioni di scrittori italiani e internazionali, rendendolo una figura chiave nella letteratura moderna. Dino Buzzati rimane un autore di spessore, capace di esplorare le paure e le speranze dell’animo umano, lasciando un’eredità letteraria di grande valore.

Ogni vero dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa , al paragone della quale il granito è burro. E non basta un’eternità per cancellarlo. – La boutique del mistero

Romanzi

  • Bàrnabo delle montagne, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1933 (poi Milano, Garzanti, 1949; Milano, Mondadori, 1979).
  • Il segreto del Bosco Vecchio, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1935 (poi Milano, Garzanti, 1957; Milano, Mondadori, 1979).
  • Il deserto dei Tartari, Milano, Rizzoli, 1940 (poi Milano, Mondadori, 1945).
  • La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Milano, Rizzoli, 1945 (poi Milano, Martello, 1958; Milano, Mondadori, 1977).
  • Il grande ritratto, Milano, Mondadori, 1960.
  • Un amore, Milano, Mondadori, 1963.

Racconti e novelle

  • I sette messaggeri, Milano, Mondadori, 1942.
  • Paura alla Scala, Milano, Mondadori, 1949.
  • In quel preciso momento, Vicenza, Neri Pozza, 1950; 2ª ed. accresciuta 1955; 3ª ed. Milano, Mondadori, 1963.
  • Il crollo della Baliverna, Milano, Mondadori, 1954. Premio Napoli.
  • Esperimento di magia. 18 racconti, Padova, Rebellato, 1958.
  • Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 1958. premio Strega.
  • Egregio signore, Siamo spiacenti di…, con illustrazioni di Siné, Milano, Elmo, 1960; poi col titolo Siamo spiacenti di, Introduzione di Domenico Porzio, Milano, Mondadori, 1975.
  • Il colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966.
  • La boutique del mistero, Milano, Mondadori, 1968.
  • Le notti difficili, Milano, Mondadori, 1971.
“Poema a fumetti” (1969)

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English version:

The fact is this: I find myself the victim of a cruel misunderstanding. I am a painter who, as a hobby, for an unfortunately rather prolonged period, was also a writer and journalist. But for me, painting and writing are ultimately the same thing. Whether I paint or write, I pursue the same goal, which is to tell stories. – Dino Buzzati

Dino Buzzati is a key figure in understanding 20th-century Italian literature, thanks to his ability to narrate the inexorable passage of time and the anxieties of the human soul.
He was one of the most important Italian writers and journalists of the 20th century. Known for his ability to blend reality and fantasy, creating surreal and unsettling atmospheres. Born in 1906 in Belluno and died in 1972, Buzzati graduated in literature and philosophy from the University of Milan and, at the same time, embarked on a journalistic career as editor of the Corriere della Sera, a role that profoundly influenced his writing, giving him an observant and critical perspective on reality.

Buzzati left a profound mark on Italian literature with his works, ranging from novels to short stories, often permeated by themes such as the absurd and existential anxiety. His writing is distinguished by an elegant style, capable of engaging the reader in stories that reflect the fears and hopes of modern man.

His most famous work is the novel “Il deserto dei Tartari” (1940), a symbolic tale that explores themes of waiting, existential anguish, and a sense of emptiness through the story of a young officer who spends years in a fortress hoping to confront an invisible enemy. This book represents a reflection on the human condition and the desire to make sense of an often illogical world. Other seminal works incluse the short story collection “Le mille e una notte” (1956), which combines fantasy with everyday life, and “La boutique del mistero”(1968), is a collection of thirty-one stories that highlights his propensity for surrealism and mystery. Buzzati also stands out for his unmistakable style of dark atmospheres and symbolism that runs throughout his work. His writing is often imbued with a sense of solitude and a pessimistic vision, yet profoundly human.

Time was running, its silent beat marking life’s ever-increasing pace. One couldn’t stop for even a moment, not even for a glance back. – Il deserto dei Tartari

Buzzati, however, considered himself primarily a painter and also experimented with writing in the graphic novel format to express his themes. The experimental work “Poema a fumetti” is a graphic novel published in 1969 and considered one of the first graphic novels ever published. His visual works are characterized by an often minimalist style, which integrates perfectly with his writing, creating a bridge between the narrative and the visual world. This approach allows the reader to immerse themselves in dreamlike settings and grasp deeper emotional nuances, making Buzzati’s graphic novel a unique example of the fusion of two forms of artistic expression.

Alberico Sala, literary critic, in the Corriere d’Informazione of November 26-27, 1969: “For the first time, a great writer has chosen comics as his medium of expression, redeeming its qualities, pushing its expressive possibilities, engaging and compromising some of the most vibrant myths and themes of modern life—the solitude of big cities, the looming mystery, erotic obsession—with the unmistakable and highly personal tools of his work.”

His ability to blend the fantastic with everyday reality has influenced generations of Italian and international writers, making him a key figure in modern literature. Dino Buzzati remains a profound author, capable of exploring the fears and hopes of the human soul, leaving behind a literary legacy of inestimable value.

All true pain is written on slabs of a mysterious substance, compared to which granite is butter. And an eternity is not enough to erase it. – La boutique del mistero


Novels

  • Bàrnabo delle montagne, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1933 (poi Milano, Garzanti, 1949; Milano, Mondadori, 1979).
  • Il segreto del Bosco Vecchio, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1935 (poi Milano, Garzanti, 1957; Milano, Mondadori, 1979).
  • Il deserto dei Tartari, Milano, Rizzoli, 1940 (poi Milano, Mondadori, 1945).
  • La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Milano, Rizzoli, 1945 (poi Milano, Martello, 1958; Milano, Mondadori, 1977).
  • Il grande ritratto, Milano, Mondadori, 1960.
  • Un amore, Milano, Mondadori, 1963.

Stories and novellas

  • I sette messaggeri, Milano, Mondadori, 1942.
  • Paura alla Scala, Milano, Mondadori, 1949.
  • In quel preciso momento, Vicenza, Neri Pozza, 1950; 2ª ed. accresciuta 1955; 3ª ed. Milano, Mondadori, 1963.
  • Il crollo della Baliverna, Milano, Mondadori, 1954. Premio Napoli.
  • Esperimento di magia. 18 racconti, Padova, Rebellato, 1958.
  • Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 1958. premio Strega.
  • Egregio signore, Siamo spiacenti di…, con illustrazioni di Siné, Milano, Elmo, 1960; poi col titolo Siamo spiacenti di, Introduzione di Domenico Porzio, Milano, Mondadori, 1975.
  • Il colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966.
  • La boutique del mistero, Milano, Mondadori, 1968.
  • Le notti difficili, Milano, Mondadori, 1971.

Come studiare l’italiano in estate o in vacanza?

How to study Italian in the summer or on vacation?

Se stai per fare una vacanza estiva, ho una buona notizia, puoi continuare a praticare l’itaiano. Anzi, puoi portare l’italiano con te: a passeggio o in bici tra i sentieri ascoltando un podcast oppure seduti all’ombra di un albero o di un ombrellone leggendo un libro. Non hai che l’imbarazzo della scelta per rilassarti e immergerti nella bella lingua. Ecco alcuni suggerimenti!

If you are going on summer vacation, I have good news, you can continue practicing Italian. In fact, you can take Italian with you: walking or biking along the paths listening to a podcast or sitting in the shade of a tree or a beach umbrella reading a book. You are spoiled for choice to relax and immerse yourself in the beautiful language. Here are some suggestions.

1. Impara vocabolario nuovo

Imparare il vocabolario (verbi, sostantivi, aggettivi, congiunzioni, avverbi, ecc.) è essenziale per parlare una lingua ed è più importante che sapere la grammatica. Un buon vocabolario ci aiuta a comunicare quello che vogliamo usando le parole giuste.

Learning vocabulary (verbs, nouns, adjectives, conjunctions, adverbs, etc.) is essential to speaking a language and it is more important than knowing grammar. A good vocabulary helps us communicate what we want using the right words.

2. Ascolta un podcast italiano

Sono un’assidua ascoltatrice del Podcast “Denominazione di origine inventata” che parla dell’origine della cucina italiana. Ad ogni puntata scopro cose nuove!
L’esercizio di ascolto ci aiuta a migliorare la pronuncia e ad ampliare il vocabolario. Inoltre, asoltare dei podcast di cultura italiana ci rende più informati e colti. Ormai esistono centinaia di podcast su qualsiasi argomento, storia, arte, viaggio, cucina e cosi via.

I am a regular listener of the Podcast “Denominazione di origine inventata” which talks about the origin of Italian cuisine. I discover new things with each episode!
Listening exercises help us improve our pronunciation and expand our vocabulary. Furthermore, listening to podcasts about Italian culture makes us more informed and knowledgable. There are now hundreds of podcasts on any topic, history, art, travel, cuisine and so on.

3. Leggi racconti italiani

Se ti piace leggere racconti, questo libro fa per te. Ogni racconto è stato scritto in 3 livelli. Quindi se sei un principiante puoi leggere le storie nel livello A1 per principianti, ma avanzando con l’italiano potrai poi leggere il livello B1 e poi quello C1! Ogni racconto usa le stutture grammaticali e il vocabolario per quel livello. Se invece il tuo livello è C1, troverai interessante anche paragonare e analizzare la lingue nei tre livelli.

If you like reading short stories, this book is for you. Each story has been written in 3 levels. So if you are a beginner you can read the stories in the A1 level for beginners, but as you advance with your Italian you can then read the B1 level and then the C1 level! Each story uses the grammatical structures and vocabulary for that level. If your level is C1, you will also find it interesting to compare and analyze the languages ​​in the three levels.

4. Impara l’italiano con storie guidate

Questi video-racconti ti guidano nella lettura, pronuncia e comprensione. Ti incoraggiano a parlare attraverso la ripetizione a due diverse velocita. Le domande di comprensione ti aiutano a ricordare e riformulare il vocabolario e le frasi della storia. Ogni storia ha un PDF scaricabile gratis e ogni mese pubblico almeno due video, quindi resta all’ascolto per i prossimi!

These video stories guide you through reading, pronunciation, and comprehension. They encourage you to speak through repetition at two different speeds. Comprehension questions help you remember and reformulate the vocabulary and sentences in the story. Each story has a free downloadable PDF, and I publish at least two videos each month, so stay tuned for the next ones!

5. Studia la storia italiana

Uno dei miei articoli culturali preferiti sul mio blog che parla dell’evoluzione delle lettere dall’Antica Roma. Quando viaggiamo in Italia troviamo molte scritte romane, che a volte non capiamo. Mi aiuta aver studiato il latino a scuola. Sai che una tipologia di lettera in particolare è molto usata nel cinema.

One of my favorite cultural articles on my blog about the evolution of letters from Ancient Rome. When we travel in Italy we find a lot of Roman writing, which sometimes we don’t understand. It helps that I studied Latin in school. You know that one type of letter in particular is used a lot in cinema.

6. Impara barzellette italiane

E’ non solo un libro di barzellette, ma un libro di barzellette per parlare l’italiano. Il libro ha 52 barzellette da imparare, una per ogni settimana dell’anno, e ti incoraggia ad imparare a raccontare le barzellette in italiano. Per ogni barzelletta trovi anche uno spunto grammaticale. Parlare e ridere, cosa c’è di meglio!

It’s not just a joke book, but a joke book to speak Italian. The book has 52 jokes to learn, one for each week of the year, and encourages you to learn how to tell jokes in italian. For each joke you also find a grammatical tip. Talking and laughing, what’s better!

7. Ascolta e canta canzoni italiane

La lingua è musica! Ascoltare canzoni e, ancora meglio, cantarle è non solo divertente, ma è il miglior esercizio per migliorare la pronuncia poiché le parole diventano parte della melodia senza alcuno sforzo. Inoltre, la canzone è un esercizio di ripetizione e, come sappiamo, più ripetiamo, più ricordiamo e più impariamo!

Language is music! Listening to songs and, even better, singing them is not only fun, but it is the best exercise to improve pronunciation because the words become part of the melody without any effort. Furthermore, the song is an exercise in repetition and, as we know, the more we repeat, the more we remember and the more we learn!

8. Studia un argomento di grammatica

E perché no…imparare o perfezionare le nozioni di grammatica. In questo modo si fa una bella figura in viaggio per l’Italia!

And why not … learn or perfect your notions of grammar. This way you’ll make a great impression on your trip to Italy!


60 verbi italiani per viaggiare  #2

60 Italian verbs for travel #2

Questi 60 verbi sono fondamentali per viaggiare. Sono strumenti utili per comunicare bene.

Ecco in questo video i primi 3o verbi della lista dei 60 verbi italiani per viaggiare in Italia. Ascolta e ripeti i verbi e le frasi molte volte ad alta voce.

Scarica il PDF per avere la lista sempre con te mentre studi e viaggi.

Puoi guadare la PRIMA PARTE qui
(you can watch the first part here)


RIPETI DI NUOVO LA PRIMA PARTE: / repeat the first part again:

60 verbi italiani per viaggiare  #1

60 Italian verbs for travel #1

Questi 60 verbi sono fondamentali per viaggiare. Sono strumenti utili per comunicare bene.

Ecco in questo video i primi 3o verbi della lista dei 60 verbi italiani per viaggiare in Italia. Ascolta e ripeti i verbi e le frasi molte volte ad alta voce.

Scarica il PDF per avere la lista sempre con te mentre studi e viaggi.


Il fornaio celiaco del Rinascimento | Un racconto italiano

The celiac baker of the Renaissance| An Italian short story

(English follows)

Nell’incantevole città di Firenze, nell’italia del XVI secolo, viveva un talentuoso fornaio di nome Lapo. Era rinomato per il suo delizioso pane, le paste e tutti i suoi prodotti da forno che riempivano l’aria di aromi invitanti. Da ragazzo, Lapo aveva sempre amato cucinare insieme al padre, proprietario di un piccolo forno nel cuore di Firenze, e crescendo si appassionò sempre più all’arte della panificazione, sperimentando nuove ricette e tecniche.

Ma i fiorentini non sapevano che Lapo soffriva di una misteriosa malattia nota come celiachia. A quei tempi la conoscenza del glutine e dei suoi effetti sull’organismo era limitata e la condizione di Lapo veniva spesso sottovalutata dai suoi colleghi fornai. Il ventre gli faceva male e si gonfiava dopo aver consumato anche la più piccola quantità di grano, orzo o segale.

I sintomi della malattia tra cui febbri ed emicranie erano debilitanti, comunque nonostante le sue difficoltà, Lapo rifiutò di rinunciare alla sua passione per la panificazione. Sperimentò farine alternative, come il riso e la farina di granoturco, il miglio e la farina di ceci, tuttavia non avevano la stessa consistenza né il sapore del grano. I suoi genitori erano preoccupati per la sua salute e lo spingevano ad abbandonare il suo sogno di diventare fornaio. Malgrado ciò Lapo era determinato a seguire il suo sogno di diventare il miglior fornaio di Firenze.

Un giorno, mentre si cimentava con farine varie, Lapo scoprì che la farina di avena e la farina di grano saraceno non solo erano prive di glutine ma producevano anche un’ottima consistenza ed erano gustose.

Dopo mesi di tentativi ed errori, Lapo finalmente perfezionò le sue ricette utilizzando una combinazione di farine senza glutine. I suoi prodotti da forno erano deliziosi e sicuri da consumare. La notizia delle sue creazioni senza glutine si diffuse rapidamente in tutta Firenze e presto la gente si accalcò nel suo forno per assaggiare le sue prelibatezze.

I suoi pani, fragranti di erbe aromatiche, e decorati con motivi intricati, erano diversi da qualsiasi cosa mai assaggiata prima. L’inebriante profumo dei biscotti appena sfornati attirava anche i palati più esigenti.

Iniziò a fornire pane e maccheroni senza glutine a trattorie e conventi, contentando il crescente numero di persone con restrizioni dietetiche. I cittadini si meravigliarono del fatto che le creazioni di Lapo fossero non solo deliziose bensì soprattutto nutrienti per coloro che prima non avevano potuto godere di tali delizie. Infatti il grano saraceno e l’avena godevano di un eccellente profilo nutrizionale 

Lapo si guadagnò la lode e l’ammirazione dello stesso Duca di Firenze che si accorse della sua ingegnosità e lo invitò a diventare il fornaio ufficiale della corte. Lapo era talmente grato dell’opportunità che lavorava instancabilmente per creare piatti senza glutine squisiti e unici per la corte reale. Le sue paste, tra cui i maccheroni e i vermicelli, venivano condite con uvette e il pane preparato con erbe odorifere e olive.

Siccome Lapo aveva un cuore grande, regalava ai poveri il pane che costituiva la base della loro dieta, e lo mangiavano semplicemente senza condimenti. Potevano contare sulla generosità di Lapo per avere pane ai loro funerali e ai loro matrimoni.

Con il passare degli anni il forno di Lapo divenne sinonimo di eccellenza e innovazione. Le sue creazioni erano ricercate da persone provenienti da tutta Italia, e la sua fama di maestro fornaio si diffuse in lungo e in largo persino in Europa. Nonostante le sfide che dovette affrontare a causa della celiachia, la passione di Lapo per la panificazione lo portò a creare qualcosa di veramente speciale, un’eredità che sarebbe stata ricordata dalle future generazioni di fornai che avrebbero seguito le sue orme.

E così questa storia serve a ricordarci che anche di fronte alle avversità, la determinazione e la creatività possono portare a risultati notevoli. Per Lapo, il fornaio celiaco del Rinascimento, la passione per la panificazione era diventata non solo una vocazione ma un modo per fare la differenza nella vita degli altri.

Racconto di Mirella Colalillo


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Read the article above and download the PDF with the vocabulary of gluten-free foods

English version

In the enchanting city of Florence in 16th century Italy, there lived a talented baker named Lapo. He was renowned for his delicious breads, pastries and all his baked goods which filled the air with inviting aromas. As a boy, Lapo had always loved cooking together with his father, owner of a small bakery in the heart of Florence, and as he grew up he became increasingly passionate about the art of baking, experimenting with new recipes and techniques.

But the Florentines did not know that Lapo suffered from a mysterious disease known as celiac disease. At that time, knowledge of gluten and its effects on the body was limited and Lapo’s condition was often underestimated by his fellow bakers. His belly ached and bloated after consuming even the smallest amount of wheat, barley or rye.

The symptoms of the disease including fevers and migraines were debilitating, nonetheless despite his difficulties, Lapo refused to give up his passion for baking. He experimented with alternative flours, such as rice and corn flour, millet and chickpea flour, however they did not have the same consistency or flavor as wheat. His parents were worried about his health and urged him to abandon his dream of becoming a baker. Regardless of this Lapo was determined to follow his dream of becoming the best baker in Florence.

One day, while experimenting with various flours, Lapo discovered that oat flour and buckwheat flour were not only gluten-free but also produced an excellent texture and were tasty. After months of trial and error, Lapo finally perfected his recipes using a combination of gluten-free flours. His baked goods were delicious and safe to consume. News of his gluten-free creations quickly spread throughout Florence and soon people were flocking to his bakery to sample his delicacies.

His breads, fragrant with aromatic herbs, and decorated with intricate patterns, were unlike anything anyone had ever tasted before. The heady scent of freshly baked biscuits attracted even the most demanding palates.

He began supplying gluten-free bread and macaroni to trattorias and convents, catering to the growing number of people with dietary restrictions. The citizens were amazed at the fact that Lapo’s creations were not only delicious but above all nutritious for those who had not previously been able to enjoy such delights. In fact, buckwheat flour and oat flour provided an excellent nutritional profile

Lapo earned the praise and admiration of the Duke of Florence himself who noticed his ingenuity and invited him to become the official baker of the court. Lapo was so grateful for the opportunity that he worked tirelessly to create exquisite and unique gluten-free dishes for the royal court. His pastas including macaroni and vermicelli were seasoned with raisins and his breads prepared with odoriferous bulbs and olives.

Since Lapo had a big heart, he gave bread to the poor which was the basis of their diet, and they ate it simply without condiments. They could count on Lapo’s generosity to provide bread for their funerals and weddings.

Over the years, Lapo’s bakery became synonymous with excellence and innovation. His creations were sought after by people from all over Italy, and his fame as a master baker spread far and wide even into Europe. Despite the challenges he faced due to celiac disease, Lapo’s passion for bread making led him to create something truly special, a legacy that would be remembered by future generations of bakers who would follow in his footsteps.

And so this story serves to remind us that even in the face of adversity, determination and creativity can lead to remarkable results. For Lapo, the celiac baker of the Renaissance, the passion for baking had become not only a vocation but a way to make a difference in the lives of others.

Story by Mirella Colalillo


Il Tesoro dei Poveri di Gabriele D’Annunzio

A Christmas Tale: The Treasure of the Poor by Gabriele D’Annunzio

(English follows)

Ascolta la storia:

Racconta un poeta:
C’era una volta non so più in quale terra una coppia di poverelli.
Ed erano, questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.
Non avevano pane da metter nella madia, né madia da mettervi pane.
Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi casa.
Se avesser posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi casa.
Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia.
E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.
Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini.
Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza quanto della casa.
Del pane ne avevano a bastanza per elemosina, e qualche volta avevan anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino.
Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco o ragionar placidamente d’innanzi alla brace.
Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura l’uomo è come una bestia errante.
E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti li altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere.
Come si lamentavano e tremavano su la via maestra, nella notte buja, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolìo roco e dolce.
Era in verità un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle.
S’egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in miglior condizione.
Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo non avrebbe aderito così strettamente alle ossa.
E s’egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner così magro.
Ma, non avendo peli ed avendo in vece la pelle su l’ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello.
I poverelli son buoni e s’aiutan fra loro.
I due nostri dunque raccolsero il gatto e né pure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina.
Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata.
C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante e poi sparve.
Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor più nero.
– Ah! – dissero – se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!
Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare poiché essi erano miseri, in verità miseri assai.
D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l’oro.
E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna:
– Senti che buon caldo?
– Sento, sento – rispose la vecchia.
E distese le palme aperte innanzi al fuoco.
– Soffiaci sopra – ella soggiunse. La brace farà la fiamma.
– No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto.
E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti.
I poverelli si contentan di poco e son più felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al Bambino Gesù.
Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri omai d’essere protetti dal Bambino Gesù, poiché i due carboni brillavan sempre come due monete nuove e non si consumavano mai.
E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava da’ suoi grandi occhi d’oro.
Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati che al baglior di quelli occhi.
E il gatto disse:
– Il tesoro dei poveri è l’illusione.


Prima pubblicazione in «La Tribuna», 22 dicembre 1887, rubrica Favole di Natale, testo siglato dal
Duca Minimo.
Trascrizione da Gabriele D’Annunzio, Il tesoro dei poveri, in Gabriele D’Annunzio, Tutte le
novelle, a cura di Annamaria Andreoli e Marina De Marco, Milano, Mondadori, 1992, pp. 702-704.


English version “The Treasure of the Poor”

A poet says:
Once upon a time, I don’t know which land anymore, there lived a poor couple.
And these two poor people were so miserable that they owned nothing, absolutely nothing at all.
They had no bread to put in the cupboard, nor a cupboard to put bread in.
They had no house to put a cupboard in, nor field to build a house.
If they had owned a field, even the size of a handkerchief, they could have made money enough to build a house there.
If they had a house, they could have put the cupboard there.
And if they had had the cupboard, it is certain that in one way or another, in a corner or in a crack, they could have found a piece of bread or at least a crumb.
But, having neither field, nor house, nor cupboard, nor bread, they were in truth very miserable.
But they didn’t complain about the lack of bread so much as of the house.
They had enough bread for alms, and sometimes they even had a bit of bread
and sometimes even a sip of wine.
But these poor people would have preferred to always remain without food and have a house to light up a few dry branches or calmly talk in front of the embers.
What is best in the world, in truth, even better than eating, is to have four
walls for shelter. Without his four walls man is like a wandering beast.
And these two poor people felt more miserable than ever, on a sad evening on Christmas Eve, sad only for them, because all the others that evening have a fire in the fireplace and shoes almost sinking in the ash.
While they were moaning and trembling on the main road, in the dark night, they came across a cat that made a hoarse and sweet meow.
It was in truth a very miserable cat, as miserable as them, since it had only the skin on its bones and very few hairs on the skin.
If it had had a lot of hair on its skin, its skin would certainly have been in better condition.
If its skin had been in better condition, it certainly wouldn’t have clung so tightly to the bone.
And if it hadn’t had skin adhering to its bones, it certainly would have been strong enough to catching mice and so as not to remain so thin.
But, having no hair and instead having skin on its bones, it was in truth very much a petty cat.
Poor people are good and help each other.
So our the picked up the cat and didn’t even think about eating it; because in fact they gave it a some lard that they had received for alms.
The cat, as soon as it had eaten, began to walk in front of them and led them to an old abandoned hut.
There were two stools there and a hearth, which a ray of moonlight illuminated for an instant and then disappeared.
And even the cat disappeared with the moonbeam, so that the two poor people found themselves sitting in the darkness, in front of the black hearth which the absence of fire made even blacker.
– Ah! – they said – if only we had a piece of coal! It’s very cold! And it would be so sweet to warm up a little and tell fairy tales!
But, alas, there was no fire in the hearth because they were miserable, very miserable indeed.
Suddenly two coals lit up at the bottom of the fireplace, two beautiful coals as yellow as gold.
And the old man rubbed his hands, as a sign of joy, saying to the woman:
– Do you feel that good heat?
– I feel it, I feel it – replied the old woman.
And she spread her open palms before the fire.
“Blow on it,” she added. Its embers will make the flame.
– No – said the man – it would wear out too soon.
And they began to talk about the past time, without sadness, because they all felt refreshed from the sight of the two shining embers.
The poor are content with little and are happier. Our two rejoiced, even to their hearts, of the beautiful gift of Baby Jesus, and gave fervent thanks to Baby Jesus.
All night they continued to tell stories while warming themselves, now sure of being protected by the Child Jesus, because the two coals always shone like two new coins and were never consumed.
And, when dawn came, the two poor people who had been warm and comfortable all night, saw at the bottom of the fireplace the poor cat who looked at them with his big golden eyes.
And they had warmed themselves with no other fire than the gleam of those eyes.
And the cat said:
– The treasure of the poor is illusion.

First publication in «La Tribuna», 22 December 1887, Christmas Fairy Tales column, text signed by Duke Minimus.
Transcription from Gabriele D’Annunzio, The treasure of the poor, in Gabriele D’Annunzio, Tutti le novelle, edited by Annamaria Andreoli and Marina De Marco, Milan, Mondadori, 1992, pp. 702-704.


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